LUDOVICO EINAUDI

L’ALCHIMISTA DELLA MUSICA
TESTO DI SILVIA MARCHETTI – FOTO DI GAVIN BAYLISS, RAY TARANTINO, SIMONE DI LUCA

Ludovico Einaudi intervista

Ludovico Einaudi è l’artista classico più ascoltato di sempre, con oltre 100 milioni di streaming annuali globali, ed è considerato uno dei massimi ambasciatori della cultura italiana nel mondo. Ha composto album molto diversi tra loro e di enorme successo. Ha realizzato colonne sonore per film vincitori di premi Oscar, tra cui “Nomadland” e “The Father”. Per non parlare dei suoi concerti, sold out tappa dopo tappa in tutti i continenti, come è accaduto nel 2023, alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra (dieci minuti di applausi e standing ovation).

Torinese, classe 1955 e un cognome “pesante” sulle spalle (il nonno è stato presidente della Repubblica, il padre un grandissimo editore), Ludovico Einaudi ha capito fin da bambino quale fosse la sua strada. A folgorarlo, ancora giovanissimo, sono state le note di un pianoforte, quelle suonate dalla madre. “La ascoltavo mentre, a casa, suonava Bach, Chopin e brani classici standard, ma anche musica popolare francese e ninne nanne tradizionali – ricorda il pianista e compositore – Alcune di quelle melodie risuonano ancora oggi nelle mie orecchie e, talvolta, nel mio lavoro”.

Ludovico Einaudi canzoni

L’amore per le sette note si è poi concretizzato studiando chitarra e pianoforte (“anche se il mio primo maestro non era mai contento di quello che facevo e forzava sempre la mia natura”, rivela) e, in seguito, composizione (“ma il solo lato teorico-intellettuale mi faceva sentire limitato; a me piaceva il lato concreto, creativo, il fare musica”, tiene a precisare Einaudi).

L’incontro che, però, ha cambiato decisamente la sua vita, che gli ha permesso di aprire la mente, di crescere personalmente e artisticamente, è stato quello con Luciano Berio, uno dei maggiori compositori dell’avanguardia del Novecento. Dopo aver frequentato il Conservatorio di Milano, Einaudi ha scoperto, grazie a Berio, il vero significato della parola “libertà”. Si è allontanato da quella che sembrava una brillante carriera classica, di stampo accademico, per forgiare il proprio percorso musicale e la propria identità.

Ludovico Einaudi canzoni e concerti

“Mi ci sono voluti anni per trovare un equilibrio – confessa l’artista – Ho iniziato a scrivere musica che sentivo contenesse mondi diversi, ma con l’idea di un mondo nuovo. Con Berio ho studiato Boulez, Stockhausen, ma anche musica di quel periodo, anni Sessanta e Settanta, dai Beatles agli Stones, così come musica antica, jazz, blues, rock, elettronica…Ho viaggiato in Africa, alla ricerca di culture e sonorità lontane. È stato un lungo percorso, forse perché non ero molto sicuro di me stesso e sentivo di dover conoscere tutta la musica del mondo prima di parlare”.

Qual è l’eredità lasciata da Berio? “Oltre alla tecnica e all’orchestrazione, mi ha insegnato ad avere fiducia in me stesso, ad avere un’ampia visione del mondo e a trascrivere esperienze che non provenivano specificatamente dall’universo musicale. Capitava che mi chiedesse: ‘Come posso trascrivere in un brano la forma delle nuvole che si muovono nel cielo?’, oppure, ‘come posso realizzare una canzone sotto forma di Ulisse di James Joyce?’”. “Oggi, mentre scrivo, mentre compongo, tutti i sensi sono collegati traloro. Sento un suono mentre annuso un profumo. Vedo un suono come un colore o un paesaggio. Riesco a sentire la trama del legno o di una pietra in una melodia. E spesso confronto il gusto e la composizione di una ricetta scegliendo i colori musicali. Credo, però, che tra tutti i sensi, l’udito riesca a toccare il livello più profondo di coscienza e ad aprire davvero il cuore”.

Ludovico Einaudi, concerti e canzoni

Come nascono le canzoni di Ludovico Einaudi? “C’è sempre una sorta di biografia nel mio lavoro – spiega il pianista – A volte è più come una via di fuga, magari da una situazione caotica. Porto sempre con me un taccuino dove scrivo degli appunti, coordinati di colori, una sorta di mappa per aiutarmi a mettere insieme i brani. Ci sono, invece, momenti magici in cui un pezzo esce durante una registrazione già nella sua forma finale. Penso che non si debba per forza comporre un capolavoro ogni volta. La vera sfida dell’arte è cercare sempre qualcosa di diverso, una nuova sensibilità, una nuova visione”. Da vero sperimentatore quale è, alchimista del suono, curioso e attento al mondo, Einaudi non ha mai pensato la musica solo in termini di pianista: “Il pianoforte è uno dei mezzi di cui mi servo, è il mezzo principale con cui mi esprimo, però poi ho inglobato molte altre cose all’interno della mia anima – commenta – Mi piace il flusso della musica, che è un equilibrio tra qualcosa di scritto e qualcosa di non scritto. Mi piace creare, attraverso gli appunti che prendo, un ponte tra la natura sonora e quella letteraria”.

Ludovico Einaudi suona al Polo Nord

C’è un luogo speciale nel quale cerca ispirazione? “Le Langhe (in Piemonte, ndr) sono il mio rifugio. È il posto che mi appartiene, dove ho il mio studio, dove amo fare lunghe passeggiate. È casa”. Qui Einaudi ha realizzato alcuni dei suoi album più belli, da Seven Days Walking del 2019 fino ad Underwater, figlio del lockdown, della pandemia e dell’isolamento.

Il legame tra Einaudi e la natura è da sempre molto forte. Lo si percepisce ascoltando le sue opere e partecipando ai suoi concerti. Nel 2016, ad esempio, il musicista ha suonato su una piattaforma fra i ghiacciai dell’Antartide. “Il brano Elergy of the Artic era stato commissionato da Greenpeace per sensibilizzare il pubblico sul tema del climate change – racconta – Era arte al servizio di un tema importante che sento mio. Anni fa ho confessato a una fidanzata che avrei voluto essere un pino. La natura è al di sopra degli equilibri e degli squilibri umani”.

Perché i brani di Ludovico Einaudi sono principalmente strumentali, privi di parole? “Mi affascina molto di più. Perché la musica senza parole sembra contenere più sfumature, è più aperta a significati e interpretazioni”. Gli artisti che ha ascoltato e amato di più? “Compositori come Arvo Part e Max Richter, i Radiohead, i Beatles, i Rolling Stones ai tempi di Brian Jones, i primissimi Pink Floyd, The Who, Hendrix, Cream…C’è stato anche un periodo nel quale ho ascoltato King Crimson, Yes e affini. Gli anni Ottanta mi hanno un po’ disorientato. Un disco per me molto importante, perché mi ha riavvicinato al rock, è stato The Joshua Tree degli U2”. Cos’è la musica per Ludovico Einaudi? “Fin da bambino trovavo solo in essa le emozioni di cui avevo bisogno. Mi ha trasportato in posti meravigliosi, pieni di colori, gioia o tristezza. Posso dire che la musica mi ha guarito molte volte, probabilmente per tutta la vita”.